Collaborare ovunque ci si trovi

CodaUna delle cose più snervanti è l’attesa. Hai appuntamento per un esame medico alle 16.40 e ti ritrovi il numero 65 e una fila di persone davanti. Tu sei arrivato puntuale ma entrerai soltanto un’ora dopo l’orario del tuo appuntamento.

Lunedì sono andato a fare un esame medico e mi sono ritrovato in questa situazione. Una volta, nelle sale d’attesa, si leggevano le riviste, solitamente di gossip o di motori, perché il Gender è pur sempre il Gender.

Oggi lo scenario è diverso, l’attesa viene  ingannata dagli smartphone: su Facebook fotografiamo il tabellone con il numero del paziente esaminato e commentiamo che ci mancano ancora 15 numeri prima del nostro turno, su Instagram ci mettiamo un selfie corrucciato e giù di hashtag: #attesa #malasanità … , due chat di gruppo su WhatsApp, qualcuno gioca a Hearthstone, qualcun altro si legge un blog di cucina. Perdere tempo, insomma.

Io, l’altro giorno, lavoravo, quasi come fossi in ufficio.

Non perché sono uno stacanovista, ma perché il mio collega Alessandro aveva bisogno di inviare una comunicazione e aveva bisogno del mio aiuto.

Se fosse successo 5 anni fa, sarei andato in giro per la sala d’attesa, parlando a voce alta al telefono, pagando io, naturalmente, dicendogli: “vai in alto a sinistra, cosa vedi? Bene, clicca là. Cosa ti dice il computer? …” impiegando un sacco di tempo per arrivarne a capo.

L’altro giorno, chattavo in silenzio, senza disturbare gli anziani in un semi-sonno da attesa, con la condivisione del documento abbiamo risolto tutto in qualche minuto. Ho ricevuto una chiamata da un fornitore e ho inviato un post-it virtuale a un altro collega, ricordandogli una chiamata che avrebbe dovuto fare da lì a qualche minuto.

E’ finalmente arrivato il mio turno e, alzandomi dalla sedia, mi sono disconnesso dalla mia scrivania virtuale, mi sono diretto verso l’ambulatorio, felice di aver dato un senso a quell’attesa.